Verso una coscienza equo-logica
- Giuliano Dall'O'
- 11 mar
- Tempo di lettura: 6 min
Alla fine della lezione, dopo aver salutato gli studenti, raccolgo in fretta cavi, appunti e computer e li infilo nel mio zaino nero. L’aula si svuota lentamente: qualcuno esce di corsa, altri si attardano ancora un momento.

Nel giro di pochi minuti, però, resta solo uno studente. Si avvicina con garbo, quasi con esitazione.
«Professore, posso farle una domanda?»
«Certo», rispondo. E, lo ammetto, quando uno studente sente il bisogno di fermarsi dopo una lezione, la cosa mi fa sempre piacere.
«Nelle sue lezioni lei insiste spesso sulla necessità di vivere in modo sostenibile, in armonia con il mondo naturale. Ma non dovrebbe essere, prima di tutto, la nostra coscienza a guidarci nelle scelte?»
La domanda mi coglie un poco di sorpresa. Di solito, chi si ferma vuole chiarire un passaggio tecnico, un concetto spiegato troppo in fretta, un dubbio rimasto sospeso. Questa volta, invece, la questione è più ampia.
«La sua non è una domanda semplice», gli dico. «Anche il concetto di coscienza, del resto, non lo è. Però è una domanda intelligente e merita una risposta. La coscienza ha certamente un ruolo fondamentale nell’orientare le nostre azioni, comprese quelle che riguardano uno stile di vita più sostenibile. Ma quando parliamo di coscienza ambientale non ci riferiamo soltanto a una consapevolezza individuale. Entrano in gioco implicazioni più vaste, che toccano la dimensione ecologica, sociale e collettiva.»
Lo studente mi guarda con attenzione.
«Quindi è una questione complicata.» Sorrido.
«Sì, lo è. La coscienza ambientale richiede uno sguardo sistemico. Ci chiede di riconoscere che le nostre scelte non restano chiuse nello spazio privato delle nostre abitudini, ma si intrecciano con il benessere dell’intero ecosistema con cui entriamo in relazione.»
«Ma è davvero necessario confrontarsi con una complessità del genere?»
«Direi di sì. Anzi, credo sia proprio inevitabile. Non si può parlare seriamente di sostenibilità senza accettare la sua complessità. Ogni gesto, anche il più piccolo, si inserisce dentro una rete di effetti, di connessioni, di conseguenze. E tuttavia non bisogna scoraggiarsi: gli strumenti per capire ci sono. La conoscenza, l’educazione, la capacità critica restano decisive.»
Lui annuisce, ma non sembra del tutto convinto.
«E chi stabilisce, professore, le regole del comportamento corretto? Chi decide che cosa è giusto fare dal punto di vista ambientale? E poi: queste regole non cambiano nel tempo?»
«Certo che cambiano. E non potrebbe essere altrimenti. Le società costruiscono norme e valori attraverso processi storici, culturali e politici. Intervengono i governi, le istituzioni, la ricerca scientifica, i movimenti sociali, le comunità. Le leggi ambientali servono anche a questo: a orientare i comportamenti, a volte perfino imponendo limiti e vincoli. Pensi, per esempio, alle norme sulla raccolta differenziata o alle regole sulle temperature interne degli edifici. Ma una coscienza ambientale autentica non può limitarsi a obbedire. Deve comprendere, interiorizzare, interrogarsi.»
«Quindi non basta rispettare le regole?»
«No, non basta. Le regole sono importanti, ma da sole non costruiscono una coscienza. Possono disciplinare un comportamento, non sempre generare una convinzione profonda. Ecco perché la sostenibilità non può diventare soltanto un insieme di prescrizioni. Deve trasformarsi in un modo di pensare.»
Lo studente resta in silenzio per qualche secondo, poi riprende.
«Nelle sue lezioni lei ha parlato anche di una “nuova alleanza” con la natura. Che cosa intendeva esattamente?»
«Intendevo dire che per troppo tempo l’uomo ha pensato di potersi porre fuori dalla natura, o sopra di essa. Come se il mondo naturale fosse soltanto un deposito di risorse da sfruttare. Oggi sappiamo che questa visione è miope, e gli effetti dei cambiamenti climatici che viviamo sulla nostra pelle ne sono una prova. La natura non è un fondale immobile sul quale proiettiamo i nostri interessi. È il contesto vivo di cui facciamo parte. Parlare di nuova alleanza significa riconoscere questa appartenenza e provare a ricostruire un rapporto meno arrogante, meno predatorio, più responsabile.»
«Ma allora non si tratta solo di ambiente. Si tratta anche del nostro modo di stare al mondo.»
«Proprio così. La questione ambientale non è separata da quella umana. Non riguarda soltanto l’aria, l’acqua, il suolo o l’energia. Riguarda il nostro modo di abitare la Terra, di intendere il progresso, di misurare il benessere, di stabilire ciò che conta davvero.»
Lo studente si sposta leggermente, come se volesse mettere ordine nei pensieri.
«Lei pensa che si possa arrivare a una sorta di coscienza ambientale universale? Una coscienza capace di superare differenze culturali, economiche e sociali? A me sembra molto difficile. In una sua lezione ci ha ricordato che milioni di persone non hanno ancora accesso all’elettricità e che milioni di persone cucinano ancora con sistemi pericolosi e inquinanti. Possiamo davvero chiedere sacrifici anche a loro?»
Questa volta la domanda è diretta, e giustamente scomoda.
«Lei tocca un punto decisivo», rispondo. «Non può esistere una coscienza ambientale credibile se non fa i conti con le disuguaglianze. È facile parlare di sostenibilità da una posizione privilegiata. Molto più difficile è farlo in un mondo in cui i consumi sono distribuiti in modo profondamente iniquo, dove una parte dell’umanità cerca ancora di accedere ai servizi essenziali.»
«E allora?»
«Allora bisogna evitare ogni moralismo facile. Non si può chiedere nello stesso modo a tutti di rinunciare, quando non tutti hanno avuto le stesse possibilità di accesso al benessere. Ridurre le disuguaglianze globali è una sfida enorme, ma non possiamo aggirarla. Se vogliamo parlare seriamente di transizione ecologica, dobbiamo tenere insieme sostenibilità e giustizia. Altrimenti rischiamo di difendere l’ambiente dimenticando gli esseri umani, oppure di difendere lo sviluppo continuando a distruggere il mondo naturale.»
Mi accorgo che questa risposta non lo soddisfa del tutto. E in fondo capisco perché. Le questioni vere raramente si lasciano chiudere in formule rassicuranti.
Per qualche istante cambia registro.
«Professore, esiste un’etica ambientale?»
«Sì, certamente. L’etica ambientale è un campo di riflessione che si interroga sul rapporto tra esseri umani e mondo naturale. Prova a capire quali responsabilità abbiamo non solo come individui, ma come società, nei confronti dell’ambiente, della biodiversità, delle risorse e delle generazioni future.»
«E che rapporto c’è tra etica ambientale e coscienza ambientale?»
«Un rapporto stretto. L’etica ambientale fornisce il quadro di riferimento, la riflessione teorica, il fondamento dei valori. La coscienza ambientale, invece, è il modo in cui quei valori vengono interiorizzati e si traducono in sensibilità, atteggiamenti, scelte. Potremmo dire che l’etica ambientale pensa, mentre la coscienza ambientale sente e orienta. Ma le due dimensioni non sono separate: si richiamano continuamente.»
Lo studente sembra riflettere con maggiore calma.
«Quindi avere una coscienza ambientale sana non vuol dire semplicemente adeguarsi alle buone regole?»
«No. Vuol dire anche sviluppare una capacità critica. Porsi domande. Accettare il dubbio. Non ripetere formule per abitudine, ma cercare di capire. Le informazioni che riceviamo sono tante, spesso contraddittorie. Per questo la cosa decisiva è la qualità della consapevolezza che maturiamo dentro di noi.»
«Secondo lei ce la faremo?»
La domanda arriva quasi all’improvviso. Forse, però, era presente fin dall’inizio.
«Credo di sì», gli rispondo. «Forse, però, dovremmo spingerci oltre l’idea di una semplice coscienza ambientale. Dovremmo provare a costruire una coscienza equo-logica.»
Lui sorride, quasi sorpreso.
«Equo-logica? Non ecologica?»
«No, proprio equo-logica. È una parola che mi è venuta spontanea proprio ora, ma non per caso. Mi piace perché tiene insieme due parole che dovrebbero imparare a stare vicine: equità e logica. L’equità richiama la giustizia, il rispetto, la correttezza. La logica richiama il ragionamento, la lucidità, la capacità di vedere le conseguenze delle nostre azioni. Forse oggi non abbiamo bisogno soltanto di più sensibilità ambientale, ma di una forma di coscienza nostra capace di unire responsabilità, giustizia e ragione.»
Mi fermo un momento, poi aggiungo:
«In fondo, se ragionassimo fino in fondo in modo davvero razionale, ci accorgeremmo che distruggere l’ambiente significa danneggiare noi stessi. E se ragionassimo in modo davvero equo, capiremmo che non può esserci transizione sostenibile senza attenzione per le differenze, per le fragilità, per i divari che attraversano il mondo.»
Proprio in quel momento passa il bidello. Ci avverte con gentilezza che si è fatto tardi e che tra poco spegnerà le luci dell’aula.
Il mio studente raccoglie le sue cose.
«La ringrazio, professore. Forse dopo questa conversazione ho più domande di prima. Però credo che mi farà bene continuare a cercare, senza paura di cambiare idea.»
«È già molto», gli rispondo. «Anche per me è stato utile. E mi perdoni se, a tratti, ho continuato a fare il professore.»
Lui sorride. Ci salutiamo.
Rimasto solo, penso che continuerò ad avere fiducia nell’uomo. Nello stesso uomo che ha spesso ferito il mondo e che oggi, con l’energia della sua intelligenza, può ancora provare a ripararlo. Continuo a credere in un futuro in cui l’uomo possa restare al centro, ma non come padrone assoluto di tutto ciò che esiste. Piuttosto come responsabile della “casa comune”, chiamato non a dominare, ma a custodire.



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