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Recanati e il tempo che cambia passo

  • Immagine del redattore: Giuliano Dall'O'
    Giuliano Dall'O'
  • 9 mar
  • Tempo di lettura: 2 min

Sabato sono stato a Recanati. Non per “studiare Leopardi”. Per respirarlo. Per rivedere dopo tanti anni i suoi luoghi, la casa, gli spazi reali in cui ha vissuto, le distanze, le prospettive, quel modo tutto particolare che un paese ha di aprirsi e di chiudersi insieme.



Sono andato lì con un’idea semplice: tornare con qualcosa addosso. E in effetti sono tornato arricchito.

Non so bene cosa sia, finché non provo a dirlo. È come se certi posti non ti consegnassero un contenuto, ma un’emozione precisa, una risonanza. Un ritmo. Una chiarezza. E, insieme, un rapporto diverso con il tempo: come se il presente rallentasse e, nello stesso momento, si aprisse una profondità fatta di memoria, di distanza, di ritorni.

Leopardi mi accompagna da molti anni. Ma c’è una differenza tra leggere un poeta e camminare per un luogo che lo ha contenuto. A Recanati ho sentito una cosa che nei libri si intuisce soltanto: quanto la poesia, in certi casi, non nasca dall’astrazione, ma da un rapporto fisico con lo spazio. Da un confine, da un limite, da un suono minimo. E da quella strana esperienza che certi luoghi ti danno: l’impressione che il tempo cambi passo.

A Recanati ho pensato alla siepe dell’Infinito come si pensa a un simbolo: non un oggetto, ma un confine. E i confini, a volte, sono la cosa migliore che possa capitarci, perché ci costringono a immaginare ciò che non vediamo. È lì che nasce il salto: l’infinito non come un luogo da raggiungere, ma come un movimento interiore che supera barriere fisiche e, soprattutto, quelle che ci portiamo dentro.

E tornando a casa mi è tornato in mente un passaggio dell’Infinito: poche parole, ma densissime:



Non ho la pretesa di commentarlo davvero. Mi interessa la sensazione che lascia addosso. Quel modo lucidissimo di mettere insieme ciò che è già spento (“le morte stagioni”) e ciò che accade adesso (“la presente e viva”). E poi quel dettaglio che non è un’idea ma una presenza: “il suon di lei”. Come se il tempo, a un certo punto, smettesse di essere un concetto e diventasse percezione: il passato come distanza, il presente come respiro.

Forse è per questo che Leopardi resta vicino a chi lo ama davvero: perché non offre facili consolazioni, ma costringe a guardare meglio. E, paradossalmente, ci lascia più ricchi.

Recanati, sabato, mi ha fatto questo effetto: mi ha riportato a Leopardi non come “autore”, ma come voce viva. E mi ha ricordato che certe letture non finiscono mai. Cambiano soltanto con noi. E con il tempo che, intanto, continua a passare - ma non sempre allo stesso modo.

 
 
 

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