Le paure di chi scrive
- Giuliano Dall'O'
- 13 mar
- Tempo di lettura: 2 min
Chi scrive conosce bene una cosa: le paure non finiscono mai. La prima è forse la più semplice e la più radicale: non essere in grado di scrivere.

Molte persone mi dicono: “Io non riuscirei mai a scrivere un libro”. In realtà non è proprio così. Tutti, in qualche modo, sarebbero in grado di scrivere. Perché tutti hanno qualcosa da dire: una storia, un ricordo, un pensiero che meriterebbe di essere raccontato.
La differenza non sta tanto nella capacità, quanto nel desiderio. C’è chi sente il bisogno di mettere per iscritto quello che vive e quello che pensa. E magari lo fa lo stesso scrivendo un suo diario. Altri preferiscono comunicarlo in altro modo. Altri ancora lo tengono dentro di loro stessi.
Poi c’è una seconda paura, più sottile: scrivere qualcosa che non piaccia.
Scrivere non è mai un gesto completamente neutro. A volte significa raccontare qualcosa di molto personale, quasi aprire una parte di sé. In altri casi significa inventare storie, costruire personaggi, immaginare mondi che non esistono.
Ma anche quando si lavora di fantasia, chi scrive ci mette inevitabilmente qualcosa di proprio: un modo di vedere il mondo, una sensibilità, un frammento della propria esperienza.
Per questo scrivere vuol dire, in qualche misura, esporsi.
E quando ciò che abbiamo scritto non viene apprezzato, il rischio è interpretarlo nel modo sbagliato:
non come non piace quello che ho scritto, ma come non piaccio io.
È una paura che accompagna tutti: chi scrive il primo libro e anche chi ne ha scritti molti. Il primo teme di non essere all’altezza. Il secondo teme di non riuscire più a esserlo.
Ma c’è una terza paura, forse la più silenziosa: che nessuno legga il tuo libro.
Quando si inizia a scrivere, i primi lettori sono quasi sempre gli amici, i parenti, le persone più vicine. E a volte succede qualcosa di curioso: se qualcuno di loro non legge il libro, lo si vive quasi come un rifiuto.
In realtà non è così. Non tutti sono lettori. C’è chi legge molto e chi non legge quasi mai, indipendentemente dall’amicizia o dall’affetto.
Per questo credo che, soprattutto all’inizio, chi scrive dovrebbe ricordarsi una cosa semplice: si scrive prima di tutto per se stessi.
Per dare forma a un pensiero. Per capire meglio qualcosa che ci riguarda. Per mettere ordine dentro di noi stessi.
E anche perché scrivere è una cosa molto bella. E’ un gesto sano, quasi terapeutico: permette di fermare un pensiero, di guardarlo con più calma, di trasformarlo in parole.
Poi quello che succede dopo è sempre un punto interrogativo.
Ma il primo motivo per cui vale la pena scrivere resta questo: il piacere e il bisogno di farlo.



Commenti