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La guida invisibile dello scrittore

  • Immagine del redattore: Giuliano Dall'O'
    Giuliano Dall'O'
  • 28 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Ci sono cose che capisci meglio solo dopo aver scritto più di un libro. Una di queste, per me, riguarda il ruolo dell’editor.



All’inizio, lo confesso, è facile vedere l’editing come una spesa legata a quel singolo libro. Una voce di costo, necessaria forse, ma pur sempre un costo. Col tempo, invece, ho capito che almeno per chi vuole continuare a scrivere, il lavoro con un editor può essere molto di più: può diventare un momento di formazione vera.

Nel mio caso è stato così. Non venivo da una scuola di scrittura, e quindi mi sarei portato dietro - da un libro all’altro - una serie di errori strutturali, incoerenze, squilibri di impostazione. Il confronto con il mio editor, David Fivoli dell'Agenzia Dedalo, mi ha aiutato a vederli. E soprattutto mi ha aiutato a capire perché erano errori. Ho fatto tesoro di quei suggerimenti, e infatti nei libri successivi l’intervento editoriale è stato via via più limitato.

Per questo oggi faccio fatica a considerare l’editing come una spesa fine a se stessa. Se uno vuole andare avanti a scrivere, può essere anche una forma di "acculturamento", quasi una scuola pratica costruita sul proprio testo. Non nel senso che l’editor “insegna a scrivere” al posto dell’autore, ma nel senso che aiuta l’autore a vedere meglio: la struttura, il ritmo, le incoerenze, le ripetizioni, i punti ciechi.

Naturalmente bisogna anche fare una distinzione importante, perché spesso si fa confusione: l’editor non è il correttore di bozze. Il correttore di bozze fa un lavoro prezioso ma diverso, più vicino alla verifica finale dei refusi, della punteggiatura, delle sviste residue. L’editor, invece, entra prima e più in profondità nel testo.

E qui c’è un altro punto che secondo me vale la pena ricordare: avere un editor non significa essere meno autori. Anzi. Molti grandi scrittori si sono confrontati con figure editoriali importanti. Si pensa spesso a Hemingway e a Maxwell Perkins, ma lo stesso Perkins lavorò anche con Fitzgerald e Thomas Wolfe. E in un ambito diverso, basta pensare al ruolo che Ezra Pound ebbe nell’editing di The Waste Land di Eliot. Questo non toglie nulla agli autori: mostra semmai quanto la scrittura, anche la più alta, possa crescere nel confronto.

Certo, esiste anche il rischio opposto: un editing troppo invasivo. Ed è giusto dirlo. Ci sono casi celebri, come quello di Raymond Carver e Gordon Lish, che mostrano quanto il confine tra aiuto editoriale e interferenza possa diventare delicato. Anche per questo il rapporto tra autore ed editor richiede fiducia, chiarezza e misura.

Resta poi una distinzione pratica, utile soprattutto per chi è agli inizi: se si pubblica con un editore tradizionale, una parte del lavoro editoriale rientra normalmente nel processo della casa editrice (anche se con qualità e intensità molto diverse da caso a caso). Se invece si sceglie l’auto-pubblicazione, questo lavoro va cercato e costruito a parte, con maggiore responsabilità da parte dell’autore.

In ogni caso, la mia impressione è questa: all’inizio un buon editor può essere anche una guida. Non perché sostituisca la creatività, che nessuno può dare dall’esterno, ma perché aiuta a trasformare la scrittura da gesto spontaneo a pratica più consapevole.

E forse, se si vuole continuare a scrivere davvero, questa è una delle differenze che contano.

 
 
 

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