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Il tempo che lavora

  • Immagine del redattore: Giuliano Dall'O'
    Giuliano Dall'O'
  • 6 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 7 feb

Il tempo, nei miei libri, non è mai neutro.Non misura soltanto ciò che accade: decide come una storia può essere raccontata. Non mi interessa il tempo come semplice successione di eventi. Mi interessa quando smette di essere uno sfondo e comincia a lavorare: a scavare, a depositare, a modificare il senso delle cose.



Scrivendo, mi sono accorto che ogni storia chiede il proprio tempo.Non quello più comodo, né quello più lineare, ma quello necessario perché qualcosa possa emergere. Cambiare il tempo di una narrazione significa cambiare il tipo di verità che può affiorare.

Ci sono storie che hanno bisogno di durata. Il loro tempo è lungo, stratificato, fatto di ritorni e di sedimentazioni lente. È quello che accade in Come ombre in uno sfondo infinito, dove il tempo lavora per accumulo: ciò che è stato continua a esercitare il suo peso anche quando gli eventi sembrano conclusi. Il passato non passa davvero, si deposita. E solo col tempo diventa leggibile.

Altre storie, invece, chiedono al tempo di tornare indietro, di scavare.

In L’ultimo segreto il tempo non procede in avanti con naturalezza: si avvolge, ritorna, costringe a rimettere mano a ciò che si credeva chiuso. Qui il tempo non accompagna, ma interroga. Ogni rivelazione modifica retroattivamente il presente. Quando storie diverse procedono parallele e finiscono per incrociarsi, è proprio il tempo a renderne possibile la fusione in una trama unica, anche se più complessa.

In altri casi il tempo decide di contrarsi, fino a coincidere con una sola giornata o con una sola notte. Le vicende umane non sono lineari: eventi imprevisti possono generare cambiamenti improvvisi di direzione. Come osserva Nassim Nicholas Taleb, la nostra vita è attraversata da ciò che chiama cigni neri. Per questo alcune storie rinunciano alla durata per concentrarsi. In Il fiore e la pietra il tempo si riduce a un solo giorno, non per semplificare, ma per rendere ogni gesto decisivo. Quando il tempo si stringe, non c’è spazio per la distrazione: tutto accade sotto gli occhi del lettore.

Guardati insieme, questi libri mostrano tre modi diversi di stare nel tempo:il tempo che si deposita, il tempo che ritorna,il tempo che si concentra.

Non è una progressione né una scelta teorica dichiarata. È una ricerca che si è chiarita solo a posteriori. Ogni storia ha trovato il proprio tempo, e io ho dovuto imparare ad ascoltarlo, senza forzarlo.

Forse scrivere significa anche questo: accettare che non tutte le storie chiedano velocità.

Alcune chiedono durata, altre scavo, altre ancora concentrazione.

Tutte, però, chiedono un tempo che lavori.

 
 
 

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