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Ciò che ci precede, ciò che resta

  • Immagine del redattore: Giuliano Dall'O'
    Giuliano Dall'O'
  • 6 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 7 feb


Ci sono legami che non si impongono come tema, ma tornano. Nei miei libri il rapporto tra genitori e figli emerge così: come qualcosa che attraversa le storie, senza chiedere il centro della scena.



Scrivendo, mi sono accorto che alcuni nodi non si scelgono. Ritornano anche quando la narrazione sembra andare altrove. Il rapporto tra genitori e figli è uno di questi: non come argomento dichiarato, ma come presenza che lavora in profondità.

C’è sempre un prima che continua a farsi sentire, anche quando ci si sposta, anche quando si prende distanza. I legami non seguono necessariamente i corpi: restano nella memoria, in un modo di guardare il mondo, in una fedeltà che non sempre è consapevole. Questo attraversa Come ombre in uno sfondo infinito, la storia di un padre in cui ciò che viene prima continua a fare attrito con il presente.

Altre volte il legame prende forma nel tempo condiviso, senza bisogno di essere nominato. Non c’è una lezione né un passaggio esplicito: c’è uno stare insieme che modifica lo sguardo, lentamente. È una relazione che si costruisce nel movimento, nella prossimità, nell’attenzione reciproca. Questo respiro percorre In viaggio con Alisha.

Ci sono poi storie in cui il passato non resta sullo sfondo. Si avverte come una presenza irrisolta, qualcosa che chiede di essere guardato anche quando si preferirebbe evitarlo. In L’ultimo segreto il rapporto tra generazioni è parte di questa tensione silenziosa, più suggerita che dichiarata.

E infine ci sono legami che nascono fuori tempo, quando le identità sembravano già stabilite. Qui la genitorialità non è una continuità, ma una domanda che arriva tardi e rimette in discussione ciò che si credeva acquisito.

È uno spazio fragile, aperto, che attraversa Il fiore e la pietra senza mai diventare spiegazione.

Riguardando questi libri insieme, mi accorgo che il rapporto tra genitori e figli non è mai un luogo pacificato. È piuttosto una linea di tensione che accompagna le storie, a volte in primo piano, altre volte appena percepibile.

Forse scrivere serve anche a questo: non a chiarire i legami, ma a lasciarli vibrare.

E ad accettare che alcune relazioni, come certi temi, restino aperte nel tempo.

 
 
 

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