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Stoner, una vita senza trionfi, un romanzo senza tempo

Immagine del redattore: Giuliano Dall'O'
Giuliano Dall'O'
20 ott
Tempo di lettura: 3 min

Nel 1965 lo scrittore americano John Williams pubblica Stoner, un romanzo che ottiene vendite modeste e finisce progressivamente nell'oblio.



Nel 1965 lo scrittore americano John Williams pubblica Stoner, un romanzo che ottiene vendite modeste e finisce progressivamente nell'oblio.

Eppure, la sua storia editoriale riserva una sorpresa. Nel 2006 il libro viene ripubblicato e, soprattutto a partire dal 2013, conquista un pubblico internazionale, diventando un bestseller a quasi cinquant'anni dalla sua prima apparizione.

Un romanzo dimenticato che il tempo restituisce ai lettori. Ma ciò che rende questa vicenda ancora più interessante è il rapporto tra il destino del libro e quello del suo protagonista.

William Stoner nasce in una povera famiglia di contadini del Missouri. Destinato a lavorare la terra, scopre quasi per caso la passione per la letteratura, intraprende la carriera universitaria e dedica all'insegnamento gran parte della propria esistenza.

Non raggiunge una posizione accademica prestigiosa, vive un matrimonio infelice, ha un rapporto difficile con la figlia e conosce delusioni, solitudini e rinunce. Anche sul piano professionale deve affrontare ostilità e incomprensioni.

Se dovessimo giudicarlo secondo i criteri con cui oggi siamo abituati a misurare il successo, probabilmente considereremmo la sua esistenza un fallimento.

Ma è proprio nel finale del romanzo che questa interpretazione viene messa in discussione.

Ormai prossimo alla morte, Stoner ripercorre mentalmente la propria esistenza, le occasioni perdute, gli amori e le delusioni. Si domanda che cosa si aspettasse davvero dalla vita e arriva a mettere in dubbio l'idea stessa di aver fallito.

Negli ultimi istanti prende tra le mani l'unico libro che ha pubblicato, un saggio accademico ormai dimenticato. Lo sfoglia, ritrovando qualcosa di quella passione per la letteratura che aveva dato significato alla sua esistenza. Poi il libro gli scivola dalle mani.

È una scena di straordinaria intensità, che ci invita a riflettere sul significato di una vita.

Stoner non ha sempre compiuto le scelte giuste. Le sue rinunce, i suoi silenzi e la sua difficoltà a reagire alle avversità possono essere discussi. Ma ha anche conosciuto l'amore, la passione per la conoscenza e la soddisfazione di dedicarsi a qualcosa in cui credeva profondamente.

Stoner non ci insegna che bisogna accettare passivamente la vita. Ci costringe, piuttosto, a domandarci chi abbia il diritto di giudicare se una vita sia riuscita oppure no.

È questa la riflessione che mi ha spinto a scegliere il romanzo per la mia rubrica Restare nel tempo. Perché in questa vicenda si intrecciano due storie apparentemente opposte.

Da una parte, quella di un romanzo che trova il successo molti anni dopo la sua pubblicazione, dimostrando che il valore di un'opera può essere indipendente dal riconoscimento immediato.

Dall'altra, quella di un uomo che ci invita a considerare la vita da una prospettiva diversa, nella quale il successo e il prestigio non rappresentano necessariamente la misura del suo valore.

Viviamo in una società che tende a misurare tutto: la carriera, la ricchezza, la notorietà, i risultati raggiunti. Come se il valore di un'esistenza potesse essere riassunto in un bilancio di successi e insuccessi.

Ma siamo sicuri che sia questo il metro giusto?

Il destino editoriale di Stoner ci ricorda che il successo può arrivare anche dopo molti anni. Il suo protagonista ci pone una domanda ancora più profonda: e se il valore di una vita non avesse affatto bisogno del successo per esistere?

Forse è proprio questo il motivo per cui Stoner, a distanza di tanti anni, continua a parlarci.

Non perché ci offra una risposta definitiva, ma perché ci invita a ripensare ciò che consideriamo importante.

 
 
 

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