La scelta del non detto
- Giuliano Dall'O'
- 16 feb
- Tempo di lettura: 2 min
“Questo libro… è come una poesia.” Me lo ha scritto una lettrice dopo aver letto Il fiore e la pietra. Mi ha colpito, perché non è un libro di versi.

E non è nemmeno un libro breve.
Forse è stato percepito così per un altro motivo: per quello che non dice.
Negli anni ho capito che la parte più difficile dello scrivere non è trovare le parole.
È fermarsi prima di usarle tutte.
Ci sono pagine che scorrono con facilità.Spiegazioni che rendono tutto più chiaro. Passaggi che accompagnano il lettore senza esitazioni.
E poi c’è un momento in cui capisci che stai andando oltre. Che stai togliendo al testo la sua possibilità di respirare.
Il non detto non è omissione. È disciplina.
È la decisione di lasciare una soglia aperta invece di chiuderla.È resistere all’impulso di chiarire ogni emozione. È accettare che una pausa possa avere più forza di una spiegazione.
Un'altra persona che ha letto il libro mi ha detto che di me si era fatta un’idea diversa dall’io scrittore che ha incontrato tra le pagine. Anche questo mi ha colpito — e mi è piaciuto.
Significa che mi sono esposto. Che non ho scritto da una posizione protetta. Che qualcosa di più nudo è passato.
Per me questa è stata un’evoluzione. All’inizio sentivo il bisogno di guidare, di spiegare, di sciogliere ogni nodo. Con Il fiore e la pietra ho scelto di fare un passo indietro. Di lasciare spazio.
Scrivere così comporta un piccolo sacrificio. Tagliare frasi che funzionano. Interrompere scene che potrebbero continuare. Fidarsi del lettore.
Perché togliere non significa impoverire. Significa lasciare che chi legge entri davvero.
Se avete letto Il fiore e la pietra, mi interessa sapere una cosa semplice: c’è stato un punto in cui il silenzio vi ha detto più delle parole?



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