Il silenzio che resta
- Giuliano Dall'O'
- 6 feb
- Tempo di lettura: 1 min
Aggiornamento: 7 feb
Nei miei libri il silenzio non è un vuoto.È uno spazio che si apre quando le parole non bastano più.

Il silenzio entra nelle storie senza annunciarsi.Non interrompe il racconto: lo sostiene. Arriva quando parlare significherebbe semplificare, o quando le parole rischiano di diventare una difesa.
Nei momenti decisivi, i personaggi raramente spiegano ciò che stanno facendo.
Si fermano, esitano, tacciono.
Non perché manchi qualcosa da dire, ma perché ciò che accade non è ancora dicibile.
In Come ombre in uno sfondo infinito, il silenzio è spesso legato agli spazi aperti.
Davanti all’oceano, alla pianura, alle montagne che restano dentro, il linguaggio si riduce.
Non per assenza di emozioni, ma perché l’immensità ridimensiona le parole.
In In viaggio con Alisha, il silenzio è condiviso. Non è distanza, ma compagnia.
È il tempo passato insieme senza parlare, mentre la strada, il vento, la pioggia fanno il loro lavoro.
In Il fiore e la pietra, il silenzio diventa più sottile. È ciò che resta tra un gesto e l’altro, tra una frase detta e una trattenuta. Non prepara una spiegazione, ma una scelta.
Ne L’ultimo segreto, infine, il silenzio pesa. È fatto di parole rimandate, di verità che arrivano tardi. Non colma l’assenza: la rende visibile.
Riguardando queste storie, mi accorgo che il silenzio non è una fuga.
È piuttosto un modo per non mentire.
Forse scrivere significa anche questo: lasciare spazio a ciò che non si può dire subito, accettare che alcune verità abbiano bisogno di silenzio per emergere.
Il silenzio, quando resta, non chiude. Tiene aperto.



Commenti