top of page

Il mestiere dello scrittore?

  • Immagine del redattore: Giuliano Dall'O'
    Giuliano Dall'O'
  • 26 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Mi torna spesso in mente questa espressione, anche perché richiama un libro di Murakami che in molti, tra quelli che scrivono o provano a scrivere, hanno letto con attenzione. È un libro interessante, perché racconta un’esperienza, un percorso, una disciplina.



Ma proprio da lì nasce, per me, anche un dubbio: leggere un libro sul mestiere di scrivere ci avvicina davvero a un “mestiere”, oppure ci aiuta soprattutto a capire quanto questa parola, in letteratura, sia insieme giusta e paradossale?

Lo dico pensando a molti di noi che scrivono con continuità, da anni o da poco, ma che nella vita fanno soprattutto un altro lavoro. Medici, insegnanti, avvocati, tecnici, impiegati, professionisti. Persone che scrivono romanzi, racconti, poesie, e continuano a farlo nel tempo, pur sapendo che vendere è difficile, trovare un editore è difficile, e a volte è difficile perfino recuperare le spese vive di pubblicazione, soprattutto quando si sceglie - o si è costretti a scegliere - la strada dell’auto-pubblicazione.

Eppure continuano.

Non mi riferisco a chi scrive un libro una volta sola e poi basta. Mi riferisco a chi insiste, torna sulla pagina, passa da un libro al successivo, e poi a un altro ancora.

Magari con pochi lettori, magari con grande qualità, magari nel quasi silenzio del mercato.

È qui che, secondo me, nasce una domanda vera: quando si può dire di essere scrittori?

Nelle professioni regolamentate la soglia è netta. Esiste un titolo, un esame, un albo. O sei dentro o sei fuori.

Nel mondo della scrittura creativa, invece, questa soglia non c’è. Non esiste un albo degli scrittori e nemmeno un esame di stato che possa abilitare a scrivere . E allora il confine si fa più sfumato, più difficile da tracciare, ma forse anche più interessante da interrogare.

Certo, esistono scuole di scrittura, e sarebbe sbagliato liquidarle con superficialità. Possono insegnare tecniche fondamentali: struttura, ritmo, punto di vista, dialoghi, revisione, capacità di leggere meglio ciò che si scrive, l’arco di trasformazione del personaggio e tanto altro ancora. Possono aiutare a lavorare con più consapevolezza e meno ingenuità. Ma non rilasciano un “titolo di scrittore”, e soprattutto non possono garantire ciò che resta più misterioso: una voce personale, una necessità autentica, una vera forza creativa. Forse possono coltivarla, accompagnarla, metterla alla prova; ma non sostituirla.

Se usiamo solo il criterio economico, poi, rischiamo di dire troppo poco. Nel mercato italiano i veri bestseller sono pochi, e questo restringe enormemente lo spazio di chi può vivere soltanto delle vendite dei libri.

Se prendiamo come riferimento la Top 10 annuale AIE-Nielsen, nel 2025 i bestseller “veri”, quelli con oltre 100.000 copie vendute, sono 10 titoli su 70.409 novità: circa lo 0,014% delle nuove pubblicazioni. La soglia economica di un libro, poi, può essere alta, ma la professione nasce dalla continuità, non dall’eccezione.

Sarebbe una conclusione povera però dire che scrittore è solo chi vende moltissimo. La storia della letteratura, e anche il presente, ci dicono altro.

Kafka lavorava in un ente assicurativo. Bukowski ha fatto il postino. Italo Svevo era un uomo d’azienda. Primo Levi era un chimico. Carlo Emilio Gadda era ingegnere. Più vicino a noi, Gianrico Carofiglio è stato magistrato, Andrea Vitali medico. E potremmo continuare. Alcuni hanno raggiunto un grande pubblico, altri sono stati riconosciuti più tardi, altri ancora hanno scritto a lungo accanto a un’altra professione, non al posto di essa.

C’è poi un altro paradosso che complica tutto, e forse rende questa riflessione ancora più affascinante: ci sono casi in cui uno scrittore resta scrittore anche avendo scritto un solo grande libro. Penso a Tomasi di Lampedusa. Dunque non basta nemmeno il numero delle opere a risolvere la questione. Da una parte ci sono autori di un solo libro che entrano nella storia; dall’altra ci sono autori che costruiscono, libro dopo libro, un percorso serio, coerente, ostinato, senza arrivare a grandi numeri. Entrambi mettono in crisi una definizione troppo semplice.

Forse allora il punto non è trovare una patente, ma riconoscere una postura.

Forse si diventa scrittori non quando il mercato ti consacra, e nemmeno soltanto quando pubblichi, ma quando la scrittura smette di essere un episodio e diventa una pratica stabile, una responsabilità, una forma di lavoro interiore e concreto insieme. Quando c’è continuità, disciplina, revisione, rischio, esposizione, ricerca di una voce. Quando la scrittura non è più soltanto un desiderio, ma una fedeltà.

Mi piace pensarla così: forse non esiste un albo degli scrittori, ma esiste una prova di durata.

E forse, se manca una soglia formale, il passaggio dall’hobby a un vero mestiere della scrittura non dipende da un timbro o da una classifica, ma da una combinazione più esigente: il tempo, la tenacia, il lavoro sulla lingua, la capacità di rimettersi in discussione, la disponibilità a pubblicare assumendosi il giudizio dei lettori, e la forza di continuare anche quando il riconoscimento economico non arriva.

Sono ipotesi, naturalmente. Ma credo siano ipotesi che meritano di essere discusse.

Che ne pensate?

 
 
 

Commenti

Valutazione 0 stelle su 5.
Non ci sono ancora valutazioni

Aggiungi una valutazione

© 2026 by Giuliano Dall'O'. Powered and secured by Wix

bottom of page