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Davanti a ciò che é più grande

  • Immagine del redattore: Giuliano Dall'O'
    Giuliano Dall'O'
  • 6 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 7 feb

Nei miei libri la natura non è uno sfondo. È una presenza con cui misurarsi: non perché sia buona o cattiva, ma perché esiste indipendentemente da noi. A volte accoglie, altre mette alla prova. In ogni caso ricorda all’uomo di farne parte, come figlio e non come centro. Una grande madre che non protegge sempre, ma non abbandona mai.



Non ho mai scritto pensando alla natura come a un tema. È entrata nei racconti senza annunciarsi, come entrano le cose essenziali: non per essere spiegate, ma per stare.

Non chiede interpretazioni morali, non offre garanzie. È lì, prima e dopo le storie.

Nella mia scrittura la natura non giudica e non consola. Non è ostile, ma nemmeno benevola.

È una forza con cui fare i conti, davanti alla quale l’uomo perde l’illusione di essere misura di tutto.

È spesso in questo confronto che i personaggi rivelano qualcosa di sé, non perché la natura parli, ma perché non parla.

Ci sono racconti in cui questo confronto avviene nello spazio aperto, esposto. L’attraversamento del mare, dell’oceano, non è mai solo un viaggio: è l’esperienza dell’imprevedibile, del non controllabile. Di fronte all’acqua infinita, l’uomo diventa piccolo, e proprio per questo più vero. Accanto a questa vastità, altre immensità si impongono in modo diverso: la pianura senza confini, l’orizzonte che non offre ripari. È lì che nasce l’immagine dell’ombra su uno sfondo infinito, che dà titolo a Come ombre in uno sfondo infinito. Non come metafora astratta, ma come percezione fisica di un rapporto sproporzionato tra l’uomo e ciò che lo circonda.

Eppure, anche in questa esposizione, restano le montagne lasciate alle spalle: non come nostalgia, ma come radice silenziosa, qualcosa che continua ad abitare i personaggi anche nella distanza.

Altre volte la natura si manifesta nel movimento, nel corpo che attraversa il vento, la pioggia, la tempesta. Non come sfida eroica, ma come limite concreto. Il viaggio in moto diventa allora un modo per stare dentro gli elementi, accettando di doversi fermare, di aspettare.

Quando il sole arriva, non risolve nulla: concede solo una tregua. Ed è proprio questa tregua, non promessa, che attraversa In viaggio con Alisha, come se la natura, a volte, riconoscesse lo sforzo senza per questo giustificarlo.

In altre storie la natura entra in modo più sottile, come tempo atmosferico, come variazione della luce, come mutamento continuo dentro uno spazio urbano.

In Il fiore e la pietra, una sola giornata basta perché il cielo, l’aria, il clima cambino più volte, ricordando che anche ciò che appare costruito e stabile vive dentro condizioni più grandi. La città non è separata dalla natura: ne è attraversata, interrogata, a volte smentita.

Ci sono poi racconti in cui la natura sembra quasi ritirarsi, ma resta presente nella memoria. La campagna evocata come luogo di una socialità diversa, di un tempo più lento, continua a definire i personaggi anche quando non è più visibile.

E quando il mare ritorna, come accade in L'ultimo segreto, non lo fa come scenario romantico. È una presenza che osserva, che accompagna senza intervenire. La luna riflessa sull’acqua non spiega nulla, ma rende più acuto il silenzio.

Rileggendo questi libri insieme, mi accorgo che la natura non è mai un altrove. Non è ciò che sta fuori dall’umano, ma ciò dentro cui l’umano accade. Non un rifugio, non un messaggio, ma una misura. Una presenza che non si lascia addomesticare e che proprio per questo costringe a una postura più umile.

Forse è anche questo che ritorna, senza essere dichiarato:il tentativo di stare dentro la natura senza dominarla, di riconoscersi parte di qualcosa di più grande, accettando che non tutto sia comprensibile, né controllabile.

Come il tempo, la natura resta.

E le storie, quando sono oneste, non possono che misurarsi con questa evidenza.

 
 
 

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