Andare per capire
- Giuliano Dall'O'
- 6 feb
- Tempo di lettura: 2 min
Aggiornamento: 7 feb
Il viaggio, nei miei libri, non è quasi mai una meta.È uno spostamento necessario: per guardare meglio, per prendere distanza, per rendere visibile ciò che da fermi non lo è.

Non ho mai pensato al viaggio come a un tema da sviluppare in un romanzo. È entrato nella scrittura come entrano certe abitudini: senza annunciarsi, ma diventando presto indispensabile. Scrivere, per me, implica quasi sempre uno spostamento. Non solo nello spazio, ma nello sguardo.
Il viaggio crea una frattura minima, quanto basta per interrompere l’automatismo del quotidiano. Ed è in quella frattura che le storie iniziano a respirare.
A volte il viaggio è fisico, evidente. Ci si muove da un luogo all’altro, si attraversano confini, si cambia lingua, paesaggio, ritmo. Ma ciò che conta non è la distanza percorsa: è la possibilità di guardarsi da fuori.
In Come ombre in uno sfondo infinito il movimento nello spazio apre a un confronto interiore che riguarda non solo chi parte, ma anche ciò che viene lasciato. Il ritorno resta una possibilità latente, che a volte si compie e a volte no.
In altri casi il viaggio diventa tempo condiviso, esperienza che sospende le gerarchie. Non serve arrivare da qualche parte: basta camminare insieme, stare nello stesso ritmo, osservare lo stesso paesaggio. È un viaggio che non cerca rivelazioni, ma prossimità. Questo respiro attraversa In viaggio con Alisha, dove il movimento - in questo caso in motocicletta, senza protezione - serve soprattutto a creare uno spazio neutro, in cui le relazioni possono mostrarsi senza difese.
Ci sono poi viaggi che non comportano spostamenti evidenti. Sono attraversamenti interiori, ritorni, deviazioni improvvise. Il passato irrompe, costringe a rileggere il presente, obbliga a rimettere in discussione ciò che sembrava acquisito.
In L’ultimo segreto il viaggio è soprattutto questo: un percorso che non segue le mappe, ma le crepe.
E infine ci sono viaggi che non erano previsti. Arrivano tardi, fuori tempo, e proprio per questo cambiano tutto. Non portano certezze, ma domande nuove.
In Il fiore e la pietra il viaggio non è una scelta iniziale, ma una conseguenza: qualcosa che costringe a spostarsi interiormente prima ancora che nello spazio.
Riguardando questi libri insieme, mi accorgo che il viaggio non è mai evasione.
È piuttosto un modo per rendere visibile ciò che da fermi resterebbe implicito.
Un gesto che serve a mettere distanza, non per fuggire, ma per capire.
Forse scrivere è sempre un po’ questo: mettersi in cammino senza sapere esattamente dove si arriverà.
E accettare che alcuni viaggi non finiscano, ma continuino a lavorare nel tempo.



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