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A Evaristo Carriego

  • Immagine del redattore: Giuliano Dall'O'
    Giuliano Dall'O'
  • 10 feb
  • Tempo di lettura: 2 min

Ci sono tanghi che non si ballano. Si attraversano.

“A Evaristo Carriego” è uno di quelli.



In milonga non puoi limitar­ti a eseguirlo. Devi sostenerlo. Le pause si dilatano, il tempo si tende, i silenzi diventano materia. Non c’è spazio per l’ornamento: ogni passo deve avere un’intenzione. È uno dei brani più esigenti del repertorio di Osvaldo Pugliese.

Non chiede virtuosismo. Chiede presenza.

Per anni mi ha affascinato l’interpretazione estrema di Carlos Gavito e Marcela Durán. Quel modo quasi immobile di attraversare la musica, le pause dilatate fino al limite, l’intensità trattenuta. Mi piaceva per questo. Per quella profondità. Ma non andavo oltre. Non mi chiedevo chi fosse davvero Evaristo Carriego.

Poi ho scoperto che dietro quel nome c’era un giovane poeta dei primi del Novecento, morto a ventinove anni, quando Buenos Aires era ancora una città di cortili e periferie. Evaristo Carriego aveva raccontato il barrio prima ancora che diventasse immaginario collettivo, prima che il tango lo trasformasse in suono.

Quando, nel 1969, Pugliese gli dedica questo brano, non sta facendo un’operazione colta. Sta riconoscendo una radice. Carriego aveva dato parole a quel mondo; il tango, attraverso l’orchestra, gli restituisce voce.

E in milonga quel passaggio continua. La poesia diventa musica. La musica diventa corpo. Il corpo non traduce le parole, ma ne porta il clima, il peso, la memoria. Ogni pausa condivisa, ogni attesa sospesa, ogni passo trattenuto è già un’interpretazione. Non solo della partitura, ma di quel mondo che l’ha generata.

Da quando ho saputo chi era Carriego, non l’ho più sentito allo stesso modo.

Ogni pausa mi sembra più densa. Ogni silenzio meno casuale.

Non è cambiata la musica. Sono cambiato io.

 
 
 

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